lunedì 3 settembre 2012

La gaffe più grande del mondo



La gaffe più grande del mondo l’hai fatta tu che mi hai chiamato “Amore” mentre mi stavi lasciando.
Non so nemmeno se te ne sei accorta. Io ho finto di non capire quella parola pur sapendo che era una delle ultime volte che te l’avrei sentita pronunciare. Non so perché ma mi sono imbarazzato. Erano anni che non mi imbarazzavo davanti a te.  
Il momento più brutto della giornata è dopo pranzo. Ansia. Tremore. Consapevolezza che forse era meglio non mangiare, non alzarsi nemmeno dal letto. Poi le chiacchiere, gli oggetti, le canzoni che parlano solo d’amore. Non credevo che l’amore fosse così importante. Non sapevo che tu fossi così importante. Parole inutili: “per te ci sarò sempre”; “chiamami quando vuoi”; “non voglio farti del male”. Un colore: il nero.
Dal momento che mi hai confessato, determinata come sempre, la voglia di non far parte più della mia vita, ma proprio un attimo dopo, sembra assurdo, abbiamo iniziato a parlare come due sconosciuti. Ci siamo sentiti due persone diverse negli stessi vestiti che ci eravamo regalati nei Natali trascorsi insieme. Abbiamo rescisso un contratto, rotto un rituale: non posso più toccarti, non possiamo più fare rutti, dire cattive parole o camminare in mutande l’uno davanti all’altro, sarebbe maleducato. E noi siamo due persone perbene, lo siamo sempre state e, nonostante tutto, continueremo ad esserlo.

giovedì 16 agosto 2012

L'amore estivo
La casa al mare parte 2

Andarsene via, forse non rivedersi più.

Pablo ed io abbiamo iniziato a ricordare tutti i piccoli grandi amori nati durante i periodi trascorsi alla casa al mare. Ci vuole un certo stomaco a iniziare una relazione che si sa, nella maggior parte dei casi, dura soltanto il tempo delle vacanze. Eppure lo si faceva, certe volte lo si fa ancora. Sì, perché non pensi mai che devi andartene via, non riesci mai a immaginare che tornerà il freddo polare. La vita è una lista di numerosi addii, una serie di finti arrivederci. E allora ci si dice: “poi ci vediamo”, “chiamami qualche volta”, “poi ti invito a casa”. Il tempo passa. Nessuno quasi mai si rincontra.
Un amore estivo te lo ricordi per sempre. Quello è l’unico amore che conta. La forma più pulita, più incontaminata d’amore. Lontano dalla città, da quello che tu rappresenti (o credi di rappresentare) nel contesto sociale, lontano da un mondo pieno di cose, di case e chiese, è possibile attribuirgli un carattere autentico. Lei ti è accanto. Non serve altro. Non c’è niente a cui pensare, niente da capire. Ti sembra di vivere una favola: mare, sole, feste, no scuola, no lavoro. Dura poco. Il tempo di una vacanza.
La consapevolezza che arriverà “il saluto”, “l’arrivederci”, “l’ultimo bacio”, aumenta però ora dopo ora, gesto dopo gesto, sguardo dopo sguardo. Dovrai tornartene da dove sei venuto. Sarai di nuovo una persona qualunque, ti rimischierai agli altri e gli altri si confonderanno con te. Continuerai a coltivare involontariamente una vita senza fama e piena di scelte sbagliate. Nulla sarà come qui, con lei, alla casa al mare; niente ti renderà tanto felice come vivere in questo modo, in questo mondo (im)possibile.

Se dovesse risuccedere però, se dovessi ancora una volta cadere nella trappola di un amore estivo, ne sono sicuro: quando arriverà il momento di allontanarci troverò le parole giuste; ti dirò addio con compostezza, senza concedermi alle bassezze tipiche dei saluti finali. E farai così anche tu.
Ci daremo la mano nello stesso modo di come quando ci siamo conosciuti e, emozionati, ci stringeremo l’ultima volta in un abbraccio consapevoli che una vita così non può esistere se non in questo posto e a queste condizioni. Arrendersi a questo tipo di ragionamento ci aiuterà nel breve periodo a non soccombere al vuoto. Ci renderà meno brutale la lontananza. Poi arriverà l’inverno e, per fortuna, faremo altro.

martedì 7 agosto 2012

I parcheggiatori abusivi.
Lettera aperta a LUIGI DE MAGISTRIS, sindaco di Napoli.

Caro Luigi De Magistris,
ai tempi della sua campagna elettorale mi è capitato di incontrarla a uno dei comizi che la vedevano protagonista in giro per la mia (e anche sua) città. Ci improvvisammo in un intervento musicale per onorare la sua presenza e, in qualche modo, quindi, appoggiammo la sua candidatura a sindaco di Napoli. Accadde pochi giorni prima delle elezioni, proprio quando si iniziò a capire che la vittoria sul suo avversario politico poteva essere possibile. All’inizio ci credevano in pochi, ma poi successe veramente. La stessa cosa accadde anche a Milano dove Pisapia vinse contro ogni aspettativa. Fu bellissimo vedere abbracciate, in occasione di questo doppio “Miracolo”, le città che più rappresentano (forse) il sud e il nord.
Prima di suonare le feci un piccolo appello chiedendole, credo a nome della stragrande maggioranza dei napoletani, un concreto impegno per eliminare dalle strade i così detti “parcheggiatori abusivi”. Come le dissi all’epoca la ritengo una cosa importantissima per una serie di motivazioni anche abbastanza facilmente intuibili. Lo scomparire di questi personaggi, spesse volte poco raccomandati e altre volte invece teneri come bambini indifesi, significherebbe, finalmente, compiere un primo passo (piccolo, ma non così piccolo come pare) verso quella legalità da sempre auspicata dai bravi cittadini. Vorrebbe dire allontanarsi, o meglio, iniziare ad allontanarsi, da un tipo di mentalità, un tipo di modo di vivere, uno stereotipo di uomo che da sempre noi napoletani tentiamo di scrollarci di dosso.
Questo piccolo incipit di camorra, questo strato superficiale di male, infetta inoltre i pensieri delle persone. Ed è questa secondo me la cosa più grave, il concetto essenziale del mio punto di vista. Essendo aimè quella di dover pagare il parcheggiatore una pratica sociale all'ordine del giorno, gli uomini (quelli che vivono nei posti dove esiste questo tipo di "usanza") danno per scontato che sia così che vada il mondo. Queste azioni, quella del chiedere e quella del pagare, portano con sè i germi di una mentalità sbagliata che si ritaglia uno spazio infinitesimale, seppur potenzialmente infinito, in quella che è la parte meno umana della nostra esistenza. Rappresenta uno dei modi di plasmare la mente riempendola di sentimenti oggettivamente negativi quali prepotenza, odio, cattiveria, paura. Tutte sensazioni che prima o poi, con stupore, nel corso della nostra vita, vediamo riaffiorare con forza nel nostro animo e senza sapere il perchè. Restiamo però, anche in quei casi, pur accorgendoci che un po' di diavolo ci scorre in vena, convinti di essere delle brave persone. Forse lo siamo, forse no; forse lo siamo stati o lo saremo un giorno.
Con queste strane figure a zonzo per la città ci siamo cresciuti; esse generano spesse volte un misto di sentimenti e discussioni contrastanti. Un po’ ci siamo affezionati a questi "miti senza portafoglio", a questi individui dannati che rischiano di risultare più presenti sul territorio loro che lo Stato. Ma ci hanno anche stancati.
Sono sicuro che lei può capirmi, Luigi De Magistris, e immagino che anche lei abbia provato, da napoletano perbene lo stesso disagio che molti altri cittadini provano.
Sicuro mi dirà che si sta facendo il possibile, che la faccenda non è assolutamente facile da sgbrigare. Ma bisogna fare di più; più del possibile; più dell'impossibile. Non si può accettare questa rapina istituzionalizzata, non si può consentire a questa gente di riscuotere il "pizzo" talvolta dinanzi anche agli occhi delle forze dell'ordine.
E poi, la metta anche su un altro piano. Prendersi il merito di aver fatto scomparire i parcheggiatori abusivi secondo me le farebbe guadagnare tantissimi voti per il futuro. Sarebbe qualcosa di sensazionale, nulla a che fare con la ZTL.   

domenica 29 luglio 2012

C'è sempre qualcosa da dire.

Friedrich, Viandante sul mare di nebbia.
Iniziare un post senza conoscere minimamente di cosa voler parlare pur sapendo che qualcosa da dire c’è.
C’è sempre qualcosa da dire. Ci deve essere per forza. Se non c’è niente da dire significa che non c’è mai stato niente di vissuto, di capito. E non è possibile.
Vorrei che, per un momento, tutto quello che mi passa per la testa, senza inibizioni, artifizi o sintattica precostituita, venisse giù come un temporale inaspettato; vorrei che me stesso, il mio animo, si manifestasse interamente nel medesimo discorso e andasse ad accomodarsi indispensabilmente e necessariamente accanto a un tutt’uno più grande dove ci sono “tutte le cose da dire”.  Ma quello che vogliamo dire non si può dire. Possiamo inventare nuove parole, ma questo non significa certo dire qualcosa.
Un errore comune è quello di credere di riuscire, con le parole, a domare il pensiero. Una delle cose che ti dicono gli psicologi è: “dai delle belle parole al racconto dei tuoi giorni”. Ragionando in questo modo riusciamo addirittura a confondere i nostri fallimenti con le nostre soddisfazioni. E mica è poco.
Ma dicevamo, qualcosa da dire c’è sempre. Ma cosa? Come fare a capire dove sono le risposte, come fare a individuare le domande?
Il lavoro, ad esempio, non dovrebbe esistere. Col cazzo che nobilita l’uomo.
L’unica forma di lavoro ammessa dovrebbe essere quella necessaria per l’evoluzione. Direte: “ma il fine del lavorare è proprio quello: costruire oggetti, garantire servizi; è approcciare, appunto, a un tipo di evoluzione!”. Non è vero. Ciò che io voglio intendere è una questione di spirito. Bisognerebbe lavorare con lo spirito giusto. Ergo: in un mondo ideale ognuno di noi farebbe quello  per cui è destinato. Come tutto quello che è presente in natura. Il problema è che noi, un po’ presuntuosamente, ci escludiamo dalla categoria “natura”. Usualmente ragioniamo così: “esiste la natura e poi esistiamo noi”. Ci sentiamo più forti, più intelligenti e solo perché diciamo di avere qualcosa in più del solo istinto. “Mica siamo Cani?”. Ecco appunto. Noi crediamo di parlare perché pensiamo, o di pensare perché parliamo. Ma in verità non c’è nessuna parola da dire perché tutta la verità del mondo è intrappolata lì, fra quel che dico e quello che credo di aver detto e non ci sarà mai nessuna parola o frase che potrà comunicarlo.

martedì 3 luglio 2012

Il Pocho se n'è andato.

Il Pocho se n’è andato. Io romanticamente fino a ieri ho fantasticato sul prossimo campionato immaginandolo con la nuova maglia del Napoli. Un imprevisto, un cavillo contrattuale, un’incomprensione o, perchè no, un altrettanto romantico ripensamento, ero sicuro che avesse fatto saltare il suo passaggio al Paris Saint Germain. Invece no! E’ andato via da Napoli lasciando una città che lo ha amato (e lo ama ancora) alla follia; si è allontanato da chi lo ha creduto giustamente il simbolo di una credibile rinascita calcistica, prima ancora che l’erede di Diego. Noi napoletani abbiamo spesse volte attribuito poteri magici a improbabili giocatori acquistati nel corso degli anni. Ma per il Pocho è diverso. Vederlo giocare è stato davvero qualcosa di magico. Nelle ultime due stagioni quei tre là davanti si sono giustamente meritati l’appellativo di “macchina da guerra” e credo che sarà difficile avere in futuro un attacco forte sulla carta come quello. L'epoca dei "tre tenori" è finita.

L’arrivo di Lavezzi al Napoli me lo ricordo benissimo: un’estate calda come questa, un "trofeo birra Moretti" giocato un po’ male, le prime critiche (si sa, Napoli è una piazza esigente), i miei ventidue anni, i suoi ventidue anni. Ha la mia stessa età il Pocho. 
E poi quella partita di coppa Italia di metà agosto. Ero allo stadio. Il Napoli perdeva uno a zero contro il Pisa. Tra il primo e il secondo tempo, un ragazzino basso e anche visibilmente in carne si riscaldava a bordo campo ballando le canzoni che l’impianto del San Paolo passava. Palleggiava, rideva.
Riiniziata la partità, entrò. Schizzava come una palla pazza in mezzo al campo. Fece tre gol e passammo il turno.
Ho sempre ringraziato Iddio perché, quasi fortuitamente, mi ero ritrovato sugli spalti quella sera. Avevo visto la prima partita di Lavezzi al San Paolo da protagonista, i primi goal. Tornando a casa, Nicola ed io, sentivamo di avere assistito a una serata storica. Da quella partita il Napoli ha sempre migliorato i suoi obiettivi e, quando una squadra di calcio vince, tutta la città è di solito un po’ più allegra. Col tempo ci siamo sempre più convinti che insieme a gente come lui, Hamsik, Gargano (e dopo Cavani) avremmo vinto scudetti e coppe. Dovevamo solo aspettare.

Caro Ezequiel, eccoci ai nostri primi 27 anni. Più ne passano e più le decisioni divengono difficili e ponderate. Abbiamo vinto una coppa Italia e, mentre tu l’alzavi, ricordando quella partita con il Pisa, e forse realizzando solo in quell’attimo di come passa in fretta il tempo, a tutti e due ci è scesa una lacrima.
Io resto a Napoli e tu te ne vai a Parigi.  
Ti voglio bene Pocho, è stato davvero un onore vederti giocare.

mercoledì 27 giugno 2012

La casa al mare (che non ho).

Ora vorrei essere nel terrazzo della casa al mare (che non ho).
Non avere una casa al mare, per qualche ragione, può anche essere un bene. 
Ogni estate, se hai la possibilità economica di organizzarti una vacanza, abiterai per qualche giorno in un posto nuovo che considererai, anche se solo per un lasso di tempo piccolissimo, casa tua. Per la maggior parte della mia vita è stato così.
Negli ultimi anni, invece, mi capita di recarmi nella medesima dimora nei giorni centrali di agosto. Io ogni estate sono lì. Anche se non è casa mia. Un anno più vecchio e, allo stesso tempo, sempre più uguale a com’ero.
Mi fa sempre strano ritrovare le cose che lascio l’anno prima sparse in quei sessanta metri quadri d’agosto; lo faccio un po’ per caso, un po’ per gioco: un giornale, una bottiglia di vino finita, un souvenir dimenticato e mai più regalato. Cose che sapevano di me prima che io fossi come sono ora. Ognuno di quegli oggetti  riporta alla mia memoria estati calde, un po’ più allegre, un po’ più tristi, un po’ più confuse e un po' più piene di inconsapevoli scommesse.
Anche io, ogni agosto, mi ritrovo dopo essermi cercato per un anno intero: mi confronto, mi prometto (spesso le stesse cose); tiro conclusioni affrettate su ciò che sono stato negli ultimi dodici mesi. Mi siedo poi nel terrazzo di quella casa che mi accoglie senza chiedermi nulla in cambio e, mentre mi godo quell’inaspettato venticello che bramo per tutta la giornata, immobile finisco per pormi inesorabilmente sempre la stessa domanda: “come sarà l’inverno che verrà?”.

domenica 20 maggio 2012

Vivere in Italia è un modo di perdere la vita

Un post piccolo, perché non ci sono molte cose da dire. Il primo giorno meglio tacere, bisogna metabolizzare, cercare di comprendere. A dire il vero anche i giorni successivi.
Personalmente non credo che la bomba a Brindisi l’abbia fatta esplodere la criminalità organizzata, la mafia o la “sacra corona unita” della quale tra l’altro fino a ieri ne ignoravo proprio l’esistenza. Se fosse così sarebbe un’ ulteriore conferma che non esistono più regole. Tutti possono ammazzare tutti. Sarebbe una grande caduta di stile da parte della stessa mafia che, anch’essa, un tempo aveva un codice da rispettare e manteneva, se pur coltivando il nostro sgomento, un certo decoro. Vale a dire “i bambini non si toccano”; o almeno, aspettiamo che crescano, poi se si ribellano ammazziamo anche loro.
Io spero che sia un pazzo. Uno che non c’entri niente con terrorismo, servizi segreti, mafia e tutte quelle cose che in Italia hanno fatto la Storia. Perché se fosse così significherebbe accanirsi forse contro il “Sapere”, unica cosa sensata che posso pensare valutando il fatto che la bomba è stata messa dinanzi una scuola.
Ho sempre pensato che questo paese prima o poi debba fare i conti con tutte le cose irrisolte e misteriose che colleziona dall’immediato dopoguerra ad oggi; mettere un punto, fare i nomi; finalmente poter parlare con cognizione di causa di ogni tipo di avvenimento passato. Invece continuiamo a vagare senza una meta con i nostri discorsi.
Vivere in Italia è un modo di perdere la vita¹.

1. Parafrasando Flaiano che scrisse nel suo "Diario degli errori": Vivere a Roma è un modo di perdere la vita.

lunedì 16 aprile 2012

Titanic in pizzeria

Dopo pochi minuti che ci eravamo seduti al tavolo otto di una pizzeria più che proletaria, ci siamo accorti che in televisione davano “Titanic”. Per quanto se ne possa parlare male per fare i fighi, il film in questione, è molto più che una semplice storia d’amore. Può piacere o non piacere, certo. Ma ci siamo resi subito conto dell’impatto che nell’immaginario ha avuto e continua ad avere questo (capo) lavoro di Cameron.
Nella pizzeria eravamo pochi (ma buoni). C’era un tavolo di anziani; un altro dove era accomodato, stanco, un signore con le mani sporche di grasso, forse un meccanico. Poi c’era una tavolata di sette o otto ragazzini di quindici anni, distratti e sorridenti. In più, ovviamente c’eravamo noi. Non tutti erano seduti nella posizione giusta per guardare la televisione. Per quanto mi riguarda ero nell’angolo migliore. Sembrava proprio l’avessero messa lì apposta per il sottoscritto. Per la ventesima volta, quindi, avrei potuto quindi vedere “Titanic”.
Iniziato il film, in particolare quando comincia proprio la ricostruzione storica, si erano accomodati un altro paio di tavoli e, mentre Di Caprio vinceva la partita di poker che lo avrebbe portato poi al suo viaggio verso l’amore, o verso la morte, è calato un silenzio surreale sulla pizzeria. Le persone hanno iniziato a cambiare posto per accalappiarsi una vista migliore. Sono entrate due ragazze e mentre si sedevano hanno esclamato: “Uh Titanic!”. Adagiate sulle sedie, poi, hanno smesso di parlare fra loro. In pochi minuti tutti erano un tutt’uno con il televisore.

Osservando questa scena mi sono reso conto di quanto sia universale il linguaggio del cinema, di quanto alcuni films facciano ormai parte di un patrimonio comune; qualcosa di potente tale da far restare grandi e piccini,
mentre fuori si consumava una piovosa domenica d’aprile, incollati al televisore di quella pizzeria. Noi tutti, zitti, muti e credendo di essere al cinema, abbiamo sperato anche stavolta, come la prima volta, che quella nave non sarebbe mai affondata. 

venerdì 13 aprile 2012

Le lettere da riempire

 “Quali sono le parole che ti fanno paura solo a sentirle?”, mi ha chiesto Pablo l’altra sera.
“Quali sono quei termini che se pronunciati innescano un meccanismo perverso nella tua mente?”.
“Ti sei mai fatto questa domanda?”, mi ha detto.
“Sinceramente no!”, gli ho risposto.

Ogni espressione porta con se, oltre al suo significato letterale, una serie infinita di rimandi concettuali. Una parola, per fortuna (e purtroppo), non è mai solo quella parola; non è mai solo quella cosa che sta a significare; non è mai solo quel concetto che cerca di raccontare.
E’ la maledizione della lingua: da sempre non si sa come utilizzarla nel modo giusto; nessuno conosce la reazione che provoca questo o quel modo di impostare un discorso.
E allora, che parole utilizzare?
A pensarci bisognerebbe stare attenti ogni qual volta si apre la bocca e ancora di più quando si scrive qualcosa, perché ciò che scrivi è per sempre. Per non parlare poi di quando si pronunciano termini come amore, passione, odio, fede. Di cosa stiamo parlando? E’ un continuo non capirsi perché le cose non tangibili sono ancora meno universali, in verità non sarebbero per niente universali ma da millenni gli uomini fanno finta che lo siano.
E quindi, un po’ stile Nanni Moretti in “Caos calmo”, ho provato a fare una lista di alcune parole comuni che contribuiscono a non farmi sentire a mio agio in questo mondo di ladri.

FILA
Quando penso alla fila penso alla "fila in autostrada", alla "fila al supermercato", alla "fila dal dottore". Una noia mortale. Chiunque odia le file. Una parola così corta per delle file così lunghe, mhà.

IRREVERSIBILE
Da quando ho capito cosa significa veramente niente è stato più lo stesso.

PALO

Questo termine non ha proprio niente di bello. Puoi sbatterci contro mentre sei distratto e farti molto male; viene utilizzato spesso nel gergo comune per dire che praticamente una ragazza non ti vuole; nel calcio significa un “non goal”. Nulla di fatto.

BERNOCCOLO (E’ colpa dei pensieri associativi)
Associato appunto da sempre al dolore.

MALATTIA
Mi ha sempre rimandato a qualcosa di sporco. Forse a causa di alcune frasi che mi dicevano da bambino: “Non toccare che si prendono tante malattie”; “Non avvicinarti a quel cane che è malato”.

QUADRIMESTRE

Reminiscenze scolastiche. Prove di vita. Paura di non essere all’altezza dei tuoi compagni.

VUOTO

Il nulla, inutile.
Il vuoto, se pensate, è palesemente visibile sia nella prima che nella seconda lettera della parola stessa.
La "V" e la “U” mi hanno sempre dato questa impressione di essere qualcosa di incompleto, delle lettere da "riempire". Ma con cosa?

lunedì 12 marzo 2012

Napoli ha quattordici anni.

Ecco, vorrei partire da “Taboo” un gioco di società molto famoso negli anni 90. Citando "Wikipedia": <<lo scopo del gioco è far indovinare ai membri della propria squadra una parola, senza però pronunciare una delle cosiddette parole tabù, ossia un elenco di cinque parole correlate a quella da indovinare. Ad esempio, per far indovinare la parola "Arresto", non si potranno utilizzare "Polizia", "Stop", "Liberare", "Imprigionare" e "Manette">>. 
E’ un passatempo molto divertente e permette di trascorrere la serata in compagnia di amici più o meno sbronzi alle prese con le loro capacità linguistico-intuitive.
Una mia amica mi ha chiesto un pensiero su Napoli –che è la nostra città nativa- senza pronunciare alcune parole sulle quali si fonda una qualsiasi tipo di argomentazione su di essa che si rispetti. Le parole è chiaro che sono le seguenti: pizza, mare, sole, pulcinella, camorra, calcio (olè). Ce ne sarebbero anche altre, ma poi diverrebbe davvero molto difficile.
Clessidra, giochiamo.

Ognuno, quando si esprime, dovrebbe dare per scontato che la sua esperienza personale riesce solo minimamente a rendere l’idea di quello che vuole raccontare. Questo in linea di massima ai giornalisti è molto chiaro, ma quando si parla del posto che voglio descrivervi tutti si sentono in diritto (e solitamente i direttori dei giornali sono complici di questo scempio) di parlare con verità assolute e dogmi inconfutabili. Questo non dovrebbe essere permesso. Della città che vi sto parlando tutti hanno la presunzione di saperne cogliere le caratteristiche più profonde, anche chi non ci è mai stato. Di ciò che non si conosce, in verità, bisognerebbe tacere. Sempre.
L’idea che ho maturato negli ultimi anni della mia vita è che essa la si possa paragonare a un ragazzino di quattordici anni che inizia a fare attenzione al suo modo di vestire. A quell’età, solitamente, si comincia ad avere una percezione più consapevole del mondo e si tende a cercare di manifestare e affermare la propria identità soprattutto attraverso ciò che ci si mette addosso. Il guardaroba, aimè, è però ancora molto povero, la maggior parte degli indumenti li ha scelti la mamma e nella peggiore delle ipotesi la nonna. Si improvvisano accostamenti improbabili quindi, sfiorando il ridicolo. Non so se rendo l’idea.
La città in questione è piena zeppa di grandi centri commerciali dove la gente passa il sabato pomeriggio a spendere gran parte del suo stipendio (incoscienti!) senza pensare al futuro. I bar della zona bene hanno la wi-fi e le persone fanno l’aperitivo dinanzi ai Mac-Book di ultima generazione. Ma, usciti da quei bar, nessuno sa come spendere veramente il proprio tempo e i propri soldi. A pochi chilometri di distanza ci sono i poveri. I poveri si travestono da ricchi e si intromettono nei loro bar (ma senza Mac). Nei bar dei quartieri dei poveri l’unica cosa che troverebbero di buono sarebbe il caffè, -zero tendenza- davvero troppo poco per sentirsi, non dico importanti, ma almeno parte integrante della società (forse caffè non lo potevo dire!).
Come quel ragazzino, questa distesa incontrollata di costruzioni indiscriminate, e la gente che la abita, appare goffa, buffa, mai pronta per il grande salto, mai pronta per affermare la propria identità. Perché nell’armadio ci sono pochi vestiti e, anche se hai gusto, poi finisci sempre per mettere vicino due colori che cozzano.
Cercate una foto di voi a quattordici anni e poi ne riparliamo.

martedì 21 febbraio 2012

Il nome proprio (di mio figlio).

Si deve scegliere con attenzione il nome per un figlio. E’ una grossa responsabilità; il nome ti resta appiccicato per tutta la vita. Te lo devi far piacere anche quando proprio non ti piace. A volte capita che non ti piace perché non ti piaci, ma è difficile capire quando è veramente così. Anche la teoria di Troisi va presa in considerazione. Vediamo: bisogna scegliere un nome che sia "educato" e sobrio. La maggior parte delle persone pensa davvero questa cosa: meglio avere un nome che non risalti nell’appello di classe. Meglio avere un’etichetta che ti faccia sentire un po’ più simile agli altri; almeno nell’apparenza delle cose, perché poi si sa, il linguaggio è un tranello: “le parole sono importanti”, certo, ma allo stesso tempo sono un inganno. Per non parlare di quando poi si uniscono in un discorso e cercano di dare senso a uno “stato di cose”. In quel caso siamo nella follia più totale. Usando le parole non possiamo fare altro che dire bugie.
Ma torniamo al nome proprio di persona (di mio figlio). Bisognerebbe  prendere realmente in considerazione, invece, il discorso inverso. Se io lo chiamassi Ermenegildo, sarebbe impossibile dimenticarsi di lui dopo l'appello a una di quelle lezioni universitarie a frequenza obbligatoria, dove tra le altre cose nascono amicizie tra le più durature. Immagino la scena: 
 "Ermenegildo Morabito".
 "Presente".
E tutti a girarsi per capire chi è. Ecco, sarebbe molto facile dimenticare il nome, ma non la persona. Ulteriore dimostrazione di che razza di menzogna siano le parole. “Oh eccolo lì, lui è quello con il nome strano”. Partirebbe già qualche passo in avanti agli altri. Sarebbe già riconoscibile e, cosa strana ,grazie a un nome che nessuno ricorda!

mercoledì 18 gennaio 2012

Una brava persona (?).
Breve riflessione sul capitano senza coraggio

Io non sono l’avvocato di nessuno. Non voglio difendere nessuno. Ad ognuno la sua vita, ad ognuno i suoi peccati. Ad ognuno il suo modo e il suo tempo per espiare le proprie colpe.

Metti che un uomo per tutta la vita si è sempre comportato bene col prossimo. Metti che è un buon marito, un buon padre, e in passato è stato anche un bravo figlio. Metti che quest’uomo ami il suo lavoro più di ogni altra cosa tanto da scegliere di condurre una vita lontana dalle persone care; consideriamo che quest’uomo sia sempre disponibile a dedicare una parola di conforto ai colleghi tristi e depressi e supponiamo che non abbia mai criticato un film senza prima vederlo. Una brava persona.
Un giorno mentre la “sua” nave affonda si fa prendere dal panico e la abbandona. Sa che può salvarsi. Non si sente un eroe o non vuole farlo. Sceglie la via più semplice per tornare da sua moglie e dai suoi figli: scende dalla nave.
Quest’ultima è stata una decisione molto infelice. Su questo siamo d’accordo. Non è così che si fa. La legge del mare recita che il capitano deve essere l’ultimo a lasciare l’imbarcazione.  Schettino ha fatto l’errore più grande della sua vita quella sera e, forse, per questo si meriterà l’inferno.
Io non so se Schettino sia una brava persona. Nessuno di noi può saperlo, ma diciamo che dovremmo, al di là di questo episodio tristissimo, prendere almeno in considerazione questa eventualità.
La gogna mediatica a cui è stato sottoposto mi fa veramente paura. Ho letto delle cose disgustose. Addirittura c’è chi parla di lapidazione, castrazione, sedia elettrica. Poi c’è chi ancora più stupidamente lo cerca sui social network per insultarlo e finisce, anche abbastanza grottescamente, per insultare un malcapitato comico napoletano che di cognome fa anch’egli Schettino ma che si chiama però Simone, come me. Mi fate  molta paura perché credo siate le stesse persone che quando sono sedute in metropolitana poi fingono di non accorgersi della povera vecchietta stanca che desidererebbe accomodarsi al vostro posto; e voi invece continuate a parlare al cellulare dell’ultima puntata del grande fratello. Siete gli stessi che parlate di omertà quando intervistano le persone nei piccoli paesi della Sicilia: “Qui c’è la mafia?”. "LA MAFIA NON ESISTE", per un padre di famiglia l'omertà può anche diventare un valore.
Mi mettete terrore perché, sono sicuro, vi riconosco quando vi alzate a pomeriggio inoltrato e non degnate neanche di uno sguardo vostra madre; quando non vi fermate se vedete un uomo che picchia un altro uomo in strada e quando filate dritto se assistete una rapina.
E’ un’illusione pensare che tutte le vite siano destinate ad un'esistenza eroica. Fate questa domanda a voi stessi, chiedetevi: “io sono un eroe?”. Siate sinceri.

martedì 3 gennaio 2012

La stretta di mano di Francesco

Sto palesemente sulle palle a Francesco. Ci incontriamo spesso perché frequentiamo gli stessi posti. Quando lo noto, la scena è praticamente quasi sempre uguale: io gli passo accanto e lui si aspetta, come al solito, che gli tenda la mano per salutarlo. Cosa che poi, puntualmente accade. Mai che facesse lui il primo passo verso di me. L’ho abituato proprio male.
E’ una sensazione particolare: più capisco che proprio non mi può vedere e più lo cerco; non so se vi è mai capitato. Ultimamente ho anche privato la sua persona di un convenevole abbastanza frequente tra gli uomini educati: non gli rivolgo mai il più classico dei “tutto bene?”. Tanto fra l’altro già conosco la risposta. Quando glielo chiedevo ancora, mi rispondeva sempre: “A me tutto a posto!”. Ovviamente senza ricambiarmi questa inutile e talvolta fastidiosa “cortesia”. Grazie allora!
Dicevo, quindi gli tendo la mano (la destra) e la mia pelle viene a contatto con la sua. Ha le mani grandi Francesco, al contrario delle mie. Lui stringe, io stringo e basta così. Poi ci ignoriamo per tutta la serata. E meno male.
A volte mi capita però di trovarmi a discutere su argomenti più o meno importanti con altri assidui frequentatori dei locali di cui sopra e mi succede di condividere la discussione aimè anche con lui. Io faccio davvero di tutto per cercare di farmi apprezzare, perché so che in fondo in fondo potremmo anche trovare dei punti di incontro, capire che ci siamo sbagliati entrambi, ma ho sempre l’impressione che lui non voglia stabilire con me alcun tipo di contatto. Nulla che vada al di là di quella strana stretta di mano. Mi sento davvero un cretino quando c’è lui davanti. Dico cazzate. Intendo più del solito. Faccio gaffe su gaffe e mi agito tantissimo.  Allora gli ridò la mano, ma stavolta la sinistra, come a fargli capire che per lui questa è stata proprio l’ultima possibilità, saluto e me e vado.
E tu? Cosa fai Francesco?